“PARTO E CAMBIO VITA”: le parole di Elisabetta

“Ogni anno sono sempre di più coloro che decidono di compiere il Cammino di Santiago de Compostela. Così come le persone che viaggiano da sole per il mondo zaino in spalla. C’è anche chi sceglie di lasciare tutto alle spalle: un posto di lavoro, gli affetti, la propria abitazione, la sicurezza della propria terra e partire. Che cosa spinge queste persone? Quali sono i motivi, le aspettative, i sogni e le speranze di chi parte? È possibile che un viaggio porti ad un cambiamento duraturo?

Nell’agosto del 2011 ho percorso da sola il Cammino francese per Santiago. Alla luce della mia formazione e professione di psicoterapeuta, ho trovato che molti elementi di quell’esperienza siano simili alle caratteristiche di un percorso di psicoterapia.

Innanzitutto “perchè fai il Cammino?”. Questa è una delle domande più ricorrenti tra i pellegrini di Santiago e non sempre ottiene una risposta. Tutti sono spinti a partire da una motivazione che può essere varia: curiosità e spirito d’avventura, desiderio di mettere alla prova i propri limiti e di prendere consapevolezza delle proprie capacità, bisogno di evadere da una quotidianità non più soddisfacente. Ci sono, infine, coloro che sono spinti dalla ricerca di una spiritualità sopita, speranza e preghiera, fuga dai problemi, un lavoro gratificante. Le motivazioni inziali non sono sempre così chiare nella mente di chi parte. A volte nuove motivazioni si maturano nel corso della strada, altre volte si arriva a realizzare solo alla fine il vero movente del viaggio.

Per ogni camminatore la meta finale è la stessa, Santiago, tuttavia ogni giorno è come suddiviso in piccole mete quotidiane: raggiungere il primo paese, trovare da mangiare, completare la tappa prima che arrivi sera, cercare una sistemazione per la notte, individuare le frecce gialle lungo la via. La suddivisione in sottomete aiuta a rendere fattibile e sostenibile un percorso così lungo, faticoso e ricco di fuoriprogramma.

Prima di partire bisogna fare lo zaino e scegliere solo l’essenziale. Camminando le cose superflue diventano un peso, s’impara a fare pulizia, spazio, lasciando andare tutto ciò che non è necessario. Quest’apprendimento vale anche per la relazione con sé e con gli altri.

Spesso si cammina in silenzio e questo permette un contatto più profondo con se stessi, con i propri bisogni e con il proprio corpo. S’impara ad ascoltarsi, a prendersi cura di sé, a soddisfare i bisogni primari, vitali prima di tutti gli altri. Si sviluppa così una selezione naturale dei bisogni, necessaria per poter proseguire il viaggio giorno dopo giorno. Spesso i primi contatti con gli altri pellegrini hanno proprio questi argomenti come tema, si sente il bisogno di condividere la fatica e anche la gioia. S’impara a camminare con il compagno che ha il proprio passo e salutare tutti gli altri.

Tutti nel Cammino sono uguali, proprio perché i beni disponibili sono quelli essenziali, non si distingue il ricco dal povero e lo stauts di una persona non rappresenta una barriera né un incentivo per entrare in contatto. I rapporti con i compagni di viaggio godono di questa riduzione all’essenziale, condizione che facilita l’intimità e l’autenticità. Condividere un’esperienza in cui si è così a contatto con sé e con la natura circostante, permette di creare legami profondi e duraturi che oltrepassano distanze ed esperienze.

Inutile ricordare quanto l’attività fisica stimoli la produzione nel nostro corpo dell’ormone della felicità. A questo si uniscono tutti gli altri risvolti dell’avventura che permettono di vivere una serie di esperienze ed emozioni che rimarranno indelebili nella memoria, e testimonieranno per sempre il valore dell’impresa.

Ogni volta che si raggiunge una tappa e ci si avvicina alla meta, si arricchisce la fiducia in sé, il senso di autostima accresce così come la consapevolezza del proprio valore. Impareggiabile è poi l’esperienza di arrivare fino alla fine del Cammino e provare emozioni che rimarranno impresse in eterno.

Come in ogni viaggio c’è un inizio e una fine.  Da un viaggio come quello del Cammino di Santiago si ritorna a casa con un bagaglio in più che sarà per sempre parte di noi. Accresce la conoscenza di sé e del proprio valore, il lato umano è arricchito, le persone incontrate possono diventare amici per sempre, migliora la conoscenza delle lingue straniere e di culture diverse, si rafforza la fede, la spiritualità e anche il fisico.

Tuttavia questa ricchezza non sempre basta a favorire un cambiamento duraturo. A volte la personalità è organizzata così rigidamente che le nuove esperienze non hanno la possibilità di permeare e incidere sui vecchi schemi. A volte si fa ritorno a situazioni sociali, relazionali, familiari, lavorative che sono immutate e che richiedono di adattarsi alle vecchie dinamiche.

In questo caso la terapia si differenzia come percorso. Attraverso la competenza di un compagno di viaggio esperto (il terapeuta), s’intraprende insieme un cammino fino alle radici della propria essenza e, a volte, della storia della propria famiglia. È un percorso che mira a cambiare il punto di osservazione su quelle esperienze profonde che portano a ripetere i propri schemi disfunzionali e a soffrire nel presente.

L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi” (Proust)

S’impara così a guardare se stessi, gli altri e il mondo attraverso un nuovo sguardo più accogliente verso i propri bisogni e rispettoso del proprio benessere. E questo apprendimento non vale solo per lo spazio e il tempo della terapia ma è obiettivo condiviso che sia presente nella vita di tutti i giorni”.

 

Dott.ssa Elisabetta Cerea

 

*Parole condivise all’incontro “parto e cambio vita”, tenutosi il 12/3/2017 a “Fa la cosa giusta!”, fiera svoltasi a Milano e che ha visto la partecipazione di una colorata fetta di realtà che sostengono uno sviluppo sostenibile e modelli alternativi di vita. Ho avuto la fortuna di esserci anch’io! Grazie Elisabetta!

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2 comments

  1. Bello ciò che hai raccontato
    Si parte e si rientra con un bagaglio immenso di crescita personale.. Buon cammino

    1. Non so se Elisabetta leggerà mai questo tuo commento, Luisa..Nell’incertezza ti rispondo io..
      Le sue parole sono belle perché dense di vita..
      Il bello del cammino è forse proprio questo: strada facendo lasci un sacco di cose “inutili”, e ritorni con questo bagaglio umano consistente, prezioso, inestimabile!! Forse è questo che fa sì che quando torni non sei la stessa persona che è partita…
      Grazie di partecipare e camminare con questo blog, con le persone che passano di qui e lasciano una loro testimonianza..
      Buon cammino anche a te, Luisa!?

Buon cammino!?