Emozioni

Dal momento stesso in cui i nostri polmoni compiono il primo respiro, il nostro cuore i primi battiti e gridiamo al mondo il nostro arrivo nella vita, noi proviamo emozioni. Quando siamo infanti, il nostro modo di stare al mondo è solo apparentemente molto limitato, dato che ciò che proviamo è di un’intensità pazzesca. Noi siamo emozioni sin dai primi istanti della nostra avventura umana!

Da quel momento in poi, e soprattutto nei primi anni della nostra vita, vivere significa soprattutto “dover imparare” un mare di cose: apprendere a camminare, a parlare, a costruire relazioni con le persone e con il mondo che ci circonda. Siamo costretti a compiere piccoli grandi passi per realizzare una crescita adeguata, serena, conforme ai bisogni e ai desideri di un bambino che diventa piano piano ragazzo.

C’è da imparare cosa significhi vivere in una società, con le sue norme, le sue regole, i suoi costumi, la sua morale. C’è da radicarsi dentro una cultura, la propria, e costruire così un’identità fondamentale per il divenire “persona”. Un lavoro immenso, encomiabile, che la famiglia, la scuola, e tutti i soggetti che esercitano un minimo di ruolo pedagogico con i ragazzi, svolgono pazientemente giorno dopo giorno accompagnandoli nella loro vita.

Inevitabilmente però, ci sono delle dimensioni della persona che facilmente vengono tralasciate a vantaggio di altre. Ho l’impressione che ci sia uno sforzo e un impegno incredibile nel mettere insieme i tasselli che serviranno al futuro uomo e alla futura donna a trovare il suo spazio nel mondo. Inconsciamente si rafforzano gli aspetti più esteriori, più appariscenti, quelli che sono più facilmente esposti e a contatto con chi ci sta attorno. La mentalità dominante cura gli aspetti pratici, “economici”, utilitaristici. E le emozioni? Che ne è delle emozioni?

C’è una materia che andrebbe inserita nei programmi didattici delle scuole: la chiamerei “educazione emotiva”. Diventare uomini è anche e soprattutto, coltivare questa dimensione della nostra persona e addomesticarla. Renderla cioè familiare, farla diventare un luogo che abitiamo quotidianamente, sceglierla come la nostra casa!

Ci hanno educato che certe emozioni sono positive mentre altre decisamente negative. Ci hanno insegnato a rimuovere quelle che non corrispondono con l’imperante ideale di felicità continua che tutti dobbiamo cercare o almeno in apparenza ostentare. Eppure, noi abbiamo bisogno di tutte le emozioni che proviamo! Ognuna ha una sua funzione: la rabbia è protettiva, la tristezza ci fa capire che abbiamo bisogno di consolarci e darci conforto, e anche la paura ha una funzione positiva in quanto non ci fa essere sprovveduti.

La Vita mi ha insegnato che le emozioni non vanno giudicate, ma semplicemente accolte! Il problema non è provare ciò che sentiamo. Il problema semmai sta nel non abituarci a dare un nome alle nostre emozioni. Dovremmo imparare tutti ad afferrarle, accoglierle, ascoltarle, addomesticarle, appunto. Altrimenti il rischio è che ciò che sentiamo ma che non riusciamo a chiamare per nome (in psicologia si direbbe “simbolizzare”), travolga le nostre vite in modo inconscio, prendendo il sopravvento sui nostri giorni. Il rischio è che le nostre ferite, che non sono altro che emozioni non sufficientemente ascoltate e riconosciute, condizionino il nostro agire, le nostre scelte, i nostri comportamenti, dentro un’apparente libertà della quale ci inorgogliamo! Noi siamo in balìa della nostre emozioni! Le emozioni sono il mare che navighiamo ogni giorno!

Le emozioni si agitano dentro, ci attraversano costantemente, s’incuneano negli anfratti più nascosti della nostra persona, creano vorticose concentrazioni di energia, ci assalgono nei modi più imprevisti e nei momenti meno attesi. Le emozioni, lo dice la parola stessa, tendono a muoversi verso l’esterno, a manifestarsi, a smuovere al di fuori stati d’animo suscitati dentro l’anima, accompagnate da parole, da gesti o da un più o meno eloquente silenzio.

Perché non educhiamo i nostri bambini a cogliere le emozioni? Tutte! Perché non spezziamo la catena della ripetizione e non la smettiamo di calpestare le emozioni che crescono nel nostro giardino interiore? A che servono la pedagogia, la psicologia e tutte le scienze umane, se poi nessuno insegna ai nostri bambini una cosa basilare della vita? Eppure la felicità passa di lì!

Mi viene un dubbio. Che ci sia forse bisogno di moltitudini di persone scontente! Ho paura che questo sistema nutri l’infelicità, irrighi il terreno provato delle nostre frustrazioni, coltivi beffarde alienazioni. Temo che così com’è concepito, questo nostro sistema dispoticamente economico, abbia come bisogno di popoli di persone scontente, anche se paradossalmente pontifica la ricerca infaticabile di una felicità che non è mai stata così a portata di mano! Ormai è tutto raggiungibile in pochi istanti, in pochi passi, con poche manovre, o addirittura un semplice click. La felicità è smerciata nei centri commerciali e nelle televisioni che vociferano nelle nostre case.
Le emozioni sono solo un veicolo per raggiungere un subdolo scopo: mantenere in vita questo sistema che produce malessere e dolore. Cose che se qualcuno non t’insegna a guardare, non riesci a vedere!

Il cammino è uno spazio privilegiato per tornare a riabbracciare le nostre emozioni. Il cammino ci spoglia di tutto il superfluo che fa da schermo con il nostro mondo interiore e ci impedisce correntemente di sintonizzarci con noi stessi. In questo “luogo senza terra” – poiché il cammino trascende la geografia – ci sono le condizioni ideali per tornare ad ascoltarsi e ridare rispetto e cura a questa parte vitale di noi stessi.

L’abitudine all’ascolto la possiamo coltivare ovunque, certo. Ci sono tantissimi metodi e discipline che aiutano a farlo. La stessa dimensione spirituale o religiosa, dovrebbe “aprire le orecchie”.
Il cammino è buono con noi perché ci dà tutte le condizioni ideali per fare un importante lavoro interiore! Un percorso cruciale, essenziale, per moltissime persone, per vedere fiorire germogli di una nuova vita dopo anni di tribolazioni! Credo sia anche per questo che “camminare guarisce”!

Non possiamo tralasciare le emozioni! Sarebbe come abitare una casa senza tetto, senza porte, senza finestre, esposta ai quattro venti e soggetta alle intemperie.
Sarebbe come viaggiare su un mezzo che non possiamo completamente guidare e che certi giorni ci porta dove vuole lui.
Le emozioni sono spesso l’espressione di un dolore che non era in grado di essere capito, accolto, abbracciato, consolato. Facciamolo adesso! Siamo sempre in tempo per cominciare a farlo!

Siamo sempre connessi con il mondo, ma forse quella che ci manca è la connessione più importante: quella con il nostro “mondo interiore”!
Impariamo a fotografare le notre emozioni e non buttiamo via nessun scatto! Nessuno!

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Buon cammino!?