“Che cos’è la felicità?”

Non importa se il cammino si chiama “di Santiago”, “degli 88 templi di Shikoku” o “via Francigena”. Il Cammino è un viaggio fatto di strade, natura e incontri. In una sola parola: condivisione. E giusto per contraddirmi fin dall’inizio, vi dico che sono partita sola con l’intenzione di fare 450 km in solitaria. E così, a Oviedo, incontro un rapper musulmano che mi aiuta a trovare la strada che porta fuori dalla città. Comincio a camminare tra montagne, boschi, campagne e piccoli villaggi. Fiera di me stessa, con il mio zaino (Sakura) di 11 chili. Saluto tutti sperando che, una volta alle mie spalle, leggano la frase che ho scritto con un Uniposka nero su una delle tasche dello zaino: “Sii il cambiamento che desideri vedere nel mondo”. Ma dove sono tutti? I miei incontri si limitano ad anziani contadini, venditori ambulanti e Natura. “Dove sono i tuoi compagni di viaggio?”; “Ma sei sola?”; “Viaggi sola?”; “Buen Camino!”.
Sì, gente! Sono sola. E ogni volta che mi registrano all’albergo, sotto “viaggio”, scrivono: solo! E persino il caffè senza latte si chiama: solo… “un solo para mì por favor”.
Ma non parlerò dei miei giorni solitari che sono stati un vortice a spirale verso il profondo di me stessa o dei piccoli angoli di mondo dove la natura mi ha chiamata alla meditazione. Questa è la storia di tutti coloro che hanno colorato e decorato la mia strada.
Comincia tutto a un bivio.
Il proprietario dell’Ostello: “continuare per la strada tradizionale ti porterà a destinazione dopo un giorno. Quella strada là invece ti farà arrivare nello stesso posto dopo 3 giorni, salendo su una montagna e attraversando poi tutta la cresta per arrivare in un’altra cima dove si trova un laghetto e scendere di nuovo a valle, giù per una lunga discesa di 600 m di dislivello. Ti consiglio la seconda via ma non andare sola”. Non ci sono molte ragazze e quelle poche che incontro sono in gruppo o con il fidanzato o con il padre. Si avvicina Bernabè: “Domani io e i miei amici di New Castle partiamo per la cresta, ti vuoi unire a noi?”. Sono simpatici e mi hanno accolto nella loro famiglia. Avremmo potuto scambiarci delle storie di vita e soprattutto avrebbero potuto essere i prossimi a rispondere alla domanda scritta sulla copertina del mio quaderno che lascio ogni notte all’entrata degli ostelli: “cos’è la felicità?”. Bernabè, Jay e Ben mi hanno aiutata a sbarazzarmi del tedesco Christopher che mi chiedeva sempre cibo e soldi e che da povero-ragazzo-che-ha-dovuto-lasciare-il-figlio perché la moglie lo ha buttato fuori di casa è poi diventato l’accattone-nulla-facente-che-vive-sul-cammino facendo avanti e indietro a spese dei pellegrini. L’abbiamo scoperto solo dopo l’ennesima richiesta di soldi. Jay risponde educatamente: “mi dispiace fratello non posso dartene ancora” e Christopher gli sferra un pugno sul naso scappando via tra i cespugli. La polizia ci fa l’interrogatorio e poi ci costringe a rimanere in quell’ostello fino a quando non lo avessero preso. Il giorno dopo è stato portato in una “safe house”. Il viaggio continua con il naso fasciato di Jay mentre questa storia aveva già raggiunto Santiago prima di noi. Christopher aveva scritto “la felicità è stare a bordo piscina con mio figlio che tengo per le mani e mi salta sulla pancia fino a quando mi dice: e adesso senza mani papà!”. Bernabè è un avvocato e fa il cammino per sport, allenamento. Niente spiritualità. È molto equilibrato e dà un ritmo al gruppo. Lui non ha mai risposto alla mia domanda. In compenso mi ha regalato uno spray magico che anestetizza qualsiasi dolore muscolare.
Ogni tanto accelero il passo. Capiscono tutti quando decido che quello è il mio momento, mi salutano e io avanzo, sicura, distaccandomi mentalmente da quel terreno grazie al passo ritmico e costante. Provo a prendere una mela da un albero ma non ci arrivo nemmeno saltando. Qualche ora dopo, raggiunti gli altri Jay mi dice “Avevo preso la mela che tentavi di raccogliere per regalartela ma andavi troppo veloce quindi alla fine ho deciso di mangiarla”. Per Jay la felicità è: “avere una mente pacifica e aiutare gli altri a raggiungerla”. Ben è un tipo molto silenzioso ma quando parla fa sempre ridere tutti. Giochiamo spesso con le parole inglesi e l’ho confuso così tanto che non è stato più capace di spiegarmi la differenza tra “anyhow, however, anyway”.
“Essere felici di se stessi in qualsiasi situazione” ha timidamente annotato sul mio quaderno. Aldo, un saggio bolognese avanti con l’età che aveva percorso tutti i cammini: “la felicità è il ritorno a un ritmo più adatto all’essere umano”.
David e suo cugino sono asturiani che avevano iniziato il cammino partendo da casa loro, dalla loro fattoria. Non li vediamo tutti i giorni ma a ogni incontro è festa! Sono giovani contadini e le loro storie di mucche partorienti e grano da mietere mi fanno sognare a occhi aperti. Il giorno prima di salutarci, David ha accettato di rispondere alla mia domanda “la felicità è un ponte tra il sogno e la realtà”.
Lungo il cammino incontriamo spesso padre e figlio colombiani. La mattina Jose (70 anni) è una bomba di energia. Comincia la giornata con una lattina di birra e cammina veloce “insultando” il figlio quarantenne che sembra stia affrontando un’esercitazione militare. Finisce sempre che lo lascia a km e km di distanza. Una volta hanno addirittura dormito in due tappe differenti e quella mattina alle 9 José stava sotto un albero con già 10 km alle spalle. Tutto il suo equipaggiamento è sparpagliato sul prato:
“Venite! Fate una pausa così mi fate compagnia”
“Ma dov’è Caesar?”
“Non lo so, è lento, l’ho lasciato indietro!”. Anche se l’ho descritto come un pappamolle, Caesar è riuscito a capire la mia anima molto bene e cercava di attutire le mie battaglie contro il mondo. Una volta tornati in Italia ci siamo rivisti a Cremona e mi ha presentato la sua famiglia. La figlia appena sedicenne è ben cosciente di avere un papà e un nonno speciali. Abbiamo passato una bellissima giornata e mi sentivo felice. Forse perché come dice Maria “la felicità si trova nelle cose più semplici”.
Raggiunta Santiago, saluto i miei compagni e continuo il mio viaggio di tre giorni verso l’Oceano, sola come all’inizio. Scorgere l’azzurro del mare tra i folti boschi, sentire il rumore delle onde sempre più chiaramente, respirare l’aria della brezza marina. Quella che per molti e per molto tempo è stata considerata la fine della terra è davanti ai miei occhi: Finisterre. Raggiungo i suoi scogli più lontani, quelli che si affacciano sull’acqua più profonda, quasi correndo. L’oceano mi circonda a più di 180 gradi. Di fronte a me il sole tramonta e regala ai miei occhi infinite sfumature di colori. I gabbiani volano alti formando quelle ombre a “V” che solitamente si usano per disegnarli stilizzati. Butto lo zaino a terra, senza cura. Rotola un po’ fino a quando trova il suo spazio stabile tra gli scogli.
Mi siedo.
E sto.
“La felicità è viaggiare leggeri per posti sempre diversi, con un bagaglio che man mano si riempie di esperienze, emozioni e conoscenze. Aggiungo un versetto di un libro che mi ha accompagnato in questi giorni: ….non dovremmo negare che l’essere nomadi ci ha sempre riempiti di gioia. Nella nostra mente viene associato alla fuga da storia, oppressione, legge e noiose coercizioni, alla libertà assoluta, e la strada ha sempre portato a ovest…”. Grazie Matteo per aver concluso questo articolo. E per voi: cos’è la felicità?

Veronica Benardinelli

 

Veronica è l’autrice del libro “Erano solo bolle di sapone – Un tuffo in Nepal”, ed. Veronica Benardinelli, 2013, acquistabile al seguente link, il cui ricavato va in donazione ai piccoli del Nepal.

http://www.lulu.com/shop/veronica-benardinelli/erano-solo-bolle-di-sapone-un-tuffo-in-nepal/paperback/product-21115177.html

pagina facebook: https://www.facebook.com/profile.php?id=617846338333423&ref=br_rs

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4 comments

  1. Va bene..Rompo io il ghiaccio..😊
    Oggi siamo tutti pressati da un subdolo imperativo ad essere sempre felici. Se non reciti bene il copione, sei uno sfigato, un perdente, un fallito! Sinceramente, ho paura di coloro che presuntuosamente credono di avere LA risposta alla tua domanda, Veronica. Quelli che fanno della felicità un dogma a cui credere, una verità da sottoscrivere, una conquista volontarista fatta di sforzi e di sacrifici. Mi piace la felicità degli umili, di quelli che non hanno bisogno di concettualizzare per capire se sono felici o meno, dei semplici, coloro cioè che rispondono a questo interrogativo con l’armonia dei loro sorrisi, dei loro occhi, dei loro gesti. Chi è veramente felice probabilmente parla con la vita!
    Ma se proprio devo provare a dare una risposta, direi che la felicità scaturisce dalla scelta decisa e allo stesso tempo serena e priva di rivendicazioni, di chi sa LASCIARE i condizionamenti, i compromessi e la tirannia delle paure (fuori e dentro di noi!), per finalmente coltivare quei sogni più sani e realizzanti che veramente ci FANNO VIVERE!
    La bellezza di questa domanda è che fino a quando non sei sulla strada giusta, questa ricerca diventa un cruccio. Poi magari innocentemente arriva un giorno qualunque in cui questa domanda si disperde e svanisce, perché non interessa più saperlo. La ricerca della felicità diventa vita vissuta!😊
    Grazie Veronica!

  2. Ciao Veronica ho letto attentamente il tuo cammino..ognuno intraprende il proprio. Voglio rispondere alla tua domanda: La felicità è quando raggiungi la coscienza che la libertà mentale è la cosa più preziosa al mondo.

    1. Grazie Roberta!!! Credo anch’io come te che la libertà sia una condizione fondamentale per lasciar fiorire la felicità…Discreta..Silenziosa..Umile..Capace però di spostare le montagne!!
      Un abbraccio e buon cammino!!😊

      1. Grazie buon cammino anche a te .

Buon cammino!?