“Out of category”

Mi sorprende sempre questo bisogno così profondamente umano e insito dentro ognuno di noi, di dover racchiudere ogni cosa dentro rigide categorie. Siamo inconsciamente abituati a dover tutto sistematizzare e a forzatamente catalogare ogni esperienza, ogni pensiero, ogni convinzione e cultura dentro dei confini ben precisi e netti. A questo inflessibile meccanismo mentale ovviamente non sfuggono nemmeno le persone, che sono quanto di più indefinibile esista a questo mondo!

È come se senza questa schematica organizzazione del “patrimonio dell’umanità”, il mondo ci apparisse insopportabilmente troppo caotico, disordinato, confuso. Il sincretismo, di qualunque natura esso sia, viene sempre tacciato come qualcosa di negativo perché annulla le differenze, mentre quasi nessuno condanna il “mono pensiero” che caratterizza il mondo globale.

In nome di questa vitale necessità a distinguere, abbiamo però inevitabilmente creato delle separazioni, costruito delle gabbie, stabilito delle frontiere, forzato delle divisioni, innalzato muri e steccati. Ne avevamo proprio così bisogno? L’uomo sembra avere questa “infantile” tendenza ad affermarsi mettendo delle distanze, come se il riconoscimento della propria identità dovesse necessariamente realizzarsi a discapito di un altro, di altri, di tutto ciò che è ritenuto diverso, e forse questo è il modo più sottile per negare la ricchezza dell’eterogeneità!

 

E allora, dobbiamo definire ogni cosa e schedare tutto ciò che appartiene all’uomo, perché abbiamo bisogno di sapere da che parte stiamo noi e da che parte stanno gli altri, siano essi vicini, estranei o lontanamente stranieri. Ci giochiamo il senso di appartenenza su delle plastiche idee e degli sterili concetti che nutrono solo la nostra subdola sete di sicurezze e di ordine ben definito delle cose.

 

L’umanità sembra essere “stata tirata sù” così – perdonatemi l’espressione -, educata dentro questi rigorosi meccanismi necessari per stare al mondo. L’umanità ha indubbiamente fatto passi da gigante, ma per tanti aspetti continua a vivere un’intramontabile adolescenza e stenta a maturare in tutte le sue dimensioni e potenzialità. Ho la vaga impressione che tutti noi abbiamo sempre troppo bisogno di idee semplici, chiare, elementari, ben confezionate, che soprattutto non dobbiamo più costruirci noi stessi. “Il pensiero complesso” è fuori moda, richiede troppo tempo, e noi di tempo non ne abbiamo mai abbastanza!

 

Scusate questa lunga introduzione, ma questi pensieri sono sbocciati in me cercando risposta a una semplice domanda che spesso viene fatta a me e ai miei amici camminatori. “Che differenza c’è tra fare un trekking e fare un cammino?”. Questa questione non è forse l’espressione di quanto detto finora? Dobbiamo assolutamente tutto definire secondo le nostre inequivocabili categorie mentali? Dobbiamo ineluttabilmente tutto scorporare per una necessaria chiarezza indispensabile al vivere? Dobbiamo irrimediabilmente dequalificare una cosa per valorizzarne un’altra?

 

A mio modesto avviso, questa domanda non ha senso. È un po’ come chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina. Ognuno sceglie di darsi del tempo, di mettersi uno zaino in spalla e di partire a piedi su un percorso per le più svariate ragioni, ognuna delle quali meritevoli di rispetto e di comprensione. Il contenuto di questa esperienza che si sceglie di vivere lentamente e in natura, di qualunque spessore e colore esso sia, è semplicemente, profondamente degno di considerazione e di accoglienza. Le condizioni dentro le quali si sceglie di camminare, riguarda scelte prettamente personali e quindi ingiudicabili.

Voler affermare a tutti i costi una distinzione e una sorte di paradossale concorrenza, non è forse il sintomo di un ingiustificato bisogno di “dirsi migliori rispetto a” qualcun altro? E sulla base di cosa?

 

I percorsi sono a disposizione di tutti, non appartengono a nessuno, e nessuno è più giustificato di altri a metterci i piedi. Ognuno parte per le cose che si muovono dentro al proprio cuore, con la sensibilità che gli appartiene, con le ricchezze raccolte strada facendo, con le ferite che ancora stentano a guarire, con le incredibili qualità di cui è capace e gli inevitabili limiti che ci accompagnano come un’ombra. Tutto il resto, è foia!

 

A mio modestissimo parere, una meta religiosa, un significato spirituale, non danno un valore “in più” a un’esperienza zaino in spalla. È genuinamente il valore – inestimabile – che tante persone sentono e scelgono di dare al loro camminare, ma che non posso ritenere migliore di chi invece semplicemente parte perché ama la natura, il silenzio, la solitudine, la condivisione con un gruppo di amici, il viaggiare lento e tante altre innumerevoli motivazioni. Ci si muove a piedi per il mondo, e ognuno lo fa con i suoi occhi e con il suo cuore, e ciò che si vive è bellissimo!

 

Credo che la spiritualità trascenda questo atavico bisogno di tutto racchiudere dentro i nostri semplicistici schemi, e sorvoli sorridente sui cammini degli uomini. Quante sovrastrutture pesanti ci portiamo addosso e attraverso quante lenti guardiamo il mondo! Camminando a piedi con poche cose in uno zaino per un po’ di giorni, capiamo che abbiamo proprio bisogno di alleggerirci, di disfarci delle cose inutili che ci siamo trovati nel nostro bagaglio quando siamo venuti al mondo, e che decostruire e smontare è altrettanto importante che creare!

 

Cos’è un trekking? Cos’è un cammino? Non me ne vogliate, ma io preferisco chiamare tutto ciò VIVERE! Forse è giunto il momento per l’umanità di imparare a riconoscersi, di cioè conoscersi nuovamente!

 

 

 

La conoscenza è imparare qualcosa ogni giorno. La saggezza è lasciar andare qualcosa ogni giorno.

 

(proverbio zen)

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Buon cammino!?