Un cammino obbligato: educare la violenza

La violenza. Se ne parla anche troppo, ma il problema è che lo si fa molto spesso in modo morboso, altre volte spettacolarizzandola, altre demonizzandola. In un mondo che scoppia di immagini e di parole, siamo costantemente bombardati da messaggi di violenza.
Dobbiamo riconoscere che la violenza, in tutte le sue variegate manifestazioni, rappresenta davvero uno dei punti nevralgici più delicati della vita delle persone e delle società, forse il più importante, e da essa si generano catene di sofferenze e di dolore che seguitano a perpetuarsi nei giorni e nella storia.
È evidente che l’uomo ha un serio problema con la sua pulsione alla violenza, e che non ha ancora trovato i modi per disinnescare quei meccanismi che la creano e la alimentano.
Tutte le scienze si sono fermate a studiare il fenomeno, e sono stati scritti fior di trattati su questo argomento da persone ovviamente più preparate e autorevoli di me.

Eppure ogni giorno siamo spettatori di episodi e di storie di violenza che fanno male, e non possiamo negare quanto la violenza sia una forza che vive nei bassifondi delle nostre vite interiori.
Chi ci può aiutare ad addomesticarla? Abbiamo bisogno di parlare della violenza in modo costruttivo, altrimenti certi meccanismi non verranno mai recisi.

Stupisce quanto l’uomo sia in balìa di questi movimenti che si agitano nelle profondità, soprattutto là dove le acque appaiono più calme e niente lascia preannunciare manifestazioni di violenza irrefrenabili.
Forse l’errore è la negazione di questa pulsione, o forse l’illusione di credere che possa essere contenuta mettendola dentro una solida gabbia di regole e di codici.
Forse anche la non-violenza è in qualche modo una legittimazione della violenza, proprio nel momento stesso in cui cerca di contrapporvisi.

Non pretendo avere risposte né quanto meno la giusta analisi di questo doloroso aspetto della vita del mondo, ma mi disarma il fatto che la violenza domini incontrastata.

Eppure sono convinto che la violenza andrebbe soprattutto educata. Se sin da piccoli, fossimo aiutatati a riconoscerla dentro di noi e la smettessimo di farne un tabù, un qualcosa che non ci appartiene e che invece caratterizza solo “uomini cattivi” contro cui puntare il dito, loro che sono le mele marce di una società civile e equilibrata, forse faremmo crescere in modo costruttivo anche questa dimensione della nostra persona. Perché la violenza sembra essere sempre un problema degli altri. Se fossimo educati a riconoscere questa forza “selvaggia” e imparassimo a veicolarla sfruttandone le sue potenzialità positive, forse il mondo avrebbe un alto aspetto. Perché anche la pulsione a fare del male è una forza “nostra”, e che può essere slegata dall’istinto a distruggere e distruggersi, per invece crescere insieme.

 

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Invece succede che la gente si accoltella per un parcheggio rubato, si picchia a sangue per un’auto tamponata, si prende alle mani per uno sguardo di troppo, si uccide per l’ennesima lite con il proprio vicino. Accade che gli uomini continuino a eliminare una donna che reclama una vita più felice, che una maestra di scuola picchi bambini indifesi, che un uomo in divisa si senta legittimato a usare le “maniere forti” nell’esercizio del suo lavoro, e che un politico dichiari una guerra ad un nemico per i suoi più sporchi interessi. Capita che adolescenti compiano atti incontrollati di violenza di cui non percepiscono nemmeno le conseguenze, che scoppino genocidi all’interno di uno stesso popolo, che delle persone si picchino e ammazzino per una partita di football. Tutti ci inorridiamo e scuotiamo la testa, ma poi nulla cambia.

Violenza fisica, violenza psicologica, violenza sessuale. Violenza subdola, sottile, mascherata. Il sistema stesso così com’è concepito è fondamentalmente violento perché discrimina, emargina, sacrifica, abbandona, sfrutta, schiavizza senza scrupoli. La società così com’è interpretata, moltiplica a vari livelli meccanismi di violenza e li infligge senza remore ai cittadini del mondo.
Abbiamo o non abbiamo un problema serio con la violenza? Perché non riusciamo a spezzare questa catena? Neanche le religioni ce l’hanno fatta, ma anzi hanno purtroppo a volte benedetto guerre “sante” e sono state il pretesto più comodo per aizzare folli inferocite di persone accecate da una violenza irrazionale.

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Non so perché stia “perdendo tempo” a scrivere qualcosa su questo tema. Se lasciamo parlare la rassegnazione, niente mai cambierà. Eppure, malgrado l’immensa complessità del mondo, l’educazione al “diventare umani” e che comprende dunque anche l’addomesticamento della violenza, non voglio credere che sia un cammino impossibile per gli essere umani.
Se non lavoriamo sulla violenza, sarà essa a lavorare noi. Se non domiamo la violenza, essa continuerà a serpeggiare come un fuoco che scorre sottoterra e che ogni tanto innescherà degli incendi di dimensioni anche tremende.
Come mai questo problema non viene affrontato in modo determinante? Sembra quasi che l’umanità abbia bisogno della violenza e delle sue espressioni, così come pare che l’uomo abbia un infido bisogno di soffrire per sentirsi vivo. Sembra che la violenza sia necessaria!

Lo possiamo dire ancora oggi “HO UN SOGNO”, o siamo ormai rassegnati e imbevuti di fatalismo, tanto da non credere più che il mondo possa essere diverso da com’è sempre stato?
Lo possiamo ancora fare un profondo atto di fede nella vera essenza dell’uomo? Io dico di sì! Quello che vediamo tutti i giorni è solo frutto di una minima parte della grandezza insita nell’umano!! Possiamo ancora sperare che ci siano dei cammini possibili per fare della violenza un alleato dell’umanità piuttosto che la forza che la distrugge? Chi ci darà la luce necessaria per vedere? Chi la forza per resistere? Chi il coraggio di provare a cambiare?

Credo che l’umanità debba ancora fare il viaggio più decisivo della sua storia: quello che la porta incontro a se stessa fino in fondo!

 

 

Se esiste un uomo non violento, perché non può esistere una famiglia non violenta? E perché non un villaggio, una città, un paese, un mondo non violento?” (Gandhi)

 

 

Foto scattate da Fabrizio Pepini lungo il muro di Betlemme che divide Israele e Palestina.

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Buon cammino!?